I bambini e le fiabe. Significato e valore della narrazione

“La fiaba è la chiave per aprire le porte del nostro mondo interiore, parla il linguaggio delle nostre emozioni più profonde, racconta le nostre paure e le nostre fragilità fornendoci la soluzione per ritrovare la serenità.

Nella fiaba troviamo paesaggi abitati da esseri sovrannaturali e fantastici, ognuno di loro ha qualcosa da insegnarci su quello che siamo e su quello che potremmo essere.

Infatti esplorando attraverso le metafore e i simboli fiabeschi troviamo contenuti che a noi non sono estranei perché sono scritti sin dalla notte dei tempi con inchiostro indelebile nelle nostre anime.

Entrare nel mondo delle fiabe quindi vuol dire incontrare la profondità del nostro essere e della nostra esistenza senza correre alcun rischio, in quanto qualsiasi azione non viene compiuta da noi in prima persona, ma dai personaggi della storia che come specchi riflettono il nostro io interiore, facendoci scoprire sfaccettature e angolazioni non sempre visibili delle svariate situazioni che ci troviamo ad affrontare.”

 *********************************************************************   Rita Tedesco

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA DELL’ESSERE…INSEGNANTI

“Fai l’insegnante? Beata te, hai un sacco di tempo libero!”

Questa è la classica risposta che mi sento dare da quando sono entrata a far parte della “categoria privilegiata” dei docenti: l’unico lavoro al mondo con più giorni di vacanza nel corso di un anno o quantomeno è così che i “non addetti ai lavori” amano definire, in maniera semplicistica, la nostra professione.

Chi è docente lo sa bene, si sarà sentito riferire queste parole chissà quante volte nel corso della sua carriera e con l’avvicinarsi delle tanto meritate vacanze estive, dopo un lungo e faticoso anno di lavoro, la situazione non può che peggiorare e le “battutine” su questo argomento diventano sempre più frequenti e inevitabilmente fastidiose.  

Se è vero, come credo che sia, che molti stereotipi nascano dalla non conoscenza, credo sia arrivato il momento di far luce sull’argomento e di smontare una volta per tutti uno dei luoghi comuni più frequenti su quella che è una tra le professioni più belle e complesse al mondo.

Partirei col chiarire un punto fondamentale: insegnare non è solo un lavoro, è anche una piacevole missione.

Comporta fatica, concentrazione, ma soprattutto è “un’attività” che non finisce e non si limita all’orario di servizio.

Fare bene l’insegnante richiede tempo e implica una forte gratuità, non certo in termini economici, quanto per il fare cose che, non sono riconosciute, ma che sono indispensabili.

Basti pensare che, nella progettazione e strutturazione dello “scenario” più adatto per favorire e sostenere l’apprendimento dei propri alunni, l’insegnante ha la necessità di dedicarsi, e non certo in orario di lavoro, allo studio, alla preparazione delle lezioni e dei compiti, alla valutazione delle prove, alla pianificazione delle attività per il recupero degli studenti in difficoltà, al monitoraggio costante del percorso di insegnamento-apprendimento e a tantissime altre cose ancora.   

Rispetto ad altri professionisti, il primo strumento di lavoro per chi fa l’insegnate è la propria persona.

Da qui la costante necessità di tenersi aggiornati sulle nuove proposte scientifiche e culturali, per continuare ad arricchire quel bagaglio teorico e di competenze necessario per far bene il proprio lavoro e per essere in grado, quindi, di adattare il proprio stile di comunicazione e d’interazione sociale alle necessità e ai bisogni degli studenti; di saper costruire, gestire e utilizzare la “relazione” come strumento d’intervento; di valorizzare le potenzialità e le competenze cognitive di ogni bambino e svilupparne sempre di nuove. 

Senza contare che, in una società come la nostra, sempre più complessa ed esigente, le richieste fatte agli insegnanti si sono notevolmente differenziate e ampliate al punto da giungere spesso col chiedere loro di travalicare i confini del proprio ruolo, facendo “tutto”: esperti di comunicazione; psicologi; assistenti sociali; consulenti familiari; missionari; burocrati.

 Insomma, altro che tanto tempo libero! Essere insegnante significa esserlo sempre, consapevoli del fatto che quello che s’insegna bisogna viverlo in prima persona.

 Quella del docente è una professione seria, complessa, molto faticosa, che richiede flessibilità e una notevole dose di disponibilità e pazienza, ma concordo con chi ci considera una categoria “privilegiata”, perché lo siamo per davvero: lavorare con i ragazzi trasmette entusiasmo, freschezza, spontaneità, speranza  e ci aiuta a tenere in vita il bambino che è in noi; è una professione che riesce a darci molto di più di quello che diamo.

Loredana Lupo

Speranza…

La speranza è ciò che ci fa andare avanti…, speranza che le situazioni negative possono risolversi in positivo, che un nostro caro ammalato possa guarire, che nostro figlio possa trovare un lavoro consone alle sue capacità, al titolo di studio, alla  professionalità, la speranza che il nostro esserci possa dare un contributo agli altri, che il domani sia migliore ed il futuro meno grigio e più rosa.

“La speranza, ultima Dea fugge i sepolcri” e la speranza è quella che Pandora riuscì a mantenere nel vaso, dopo averlo aperto e aver fatto uscire i tanti mali della società.

Essere soddisfatti del proprio lavoro perché lo si svolge con passione ed impegno, ci da la speranza di poter dare alla società che ci circonda un qualcosa che prima o poi possa tornare utile a qualcuno.

Nelle relazioni d’aiuto e nel “lavoro sociale” questa intima soddisfazione di aver fatto bene il proprio lavoro, alimenta la speranza che, a poco a poco, qualcosa si può cambiare. Non sarà un cambiamento immediato, non sarà repentino e forse non visibile, sarà un cambiamento che vedranno i nostri figli, o meglio i nostri nipoti, ma la consapevolezza di aver versato una “goccia in un mare” ci fa stare bene.

L’insegnante specializzato sarà gratificato dal fatto che un bambino disabile ha raggiunto alla fine dell’anno risultati insperati in relazione a quanto la sua disabilità gli impediva di raggiungere, ed anche un obiettivo minimo rende gioiosi.

L’assistente sociale si sorprenderà piacevolmente quando un ragazzo, ormai trentenne, lo fermerà in strada e lo riconoscerà, dicendogli che grazie a lui adesso fa un lavoro normale e non ruba come era destinato a fare, perché da piccolo la situazione di deprivazione socio-familiare in cui viveva aveva designato il suo destino e solo grazie alle parole e all’aiuto di quell’assistente era riuscito ad uscire da quell’ambiente.

L’insegnante di classe sarà felice di aver “recuperato” adolescenti destinati ad insuccesso ed averli coinvolti nell’amore per la Letteratura.

Lo psicologo, dopo lunghi dialoghi con una donna che non voleva più vivere ha raggiunto l’obiettivo di far amare le piccole cose e di farle ritornare l’amore per la vita.

Il pedagogista nel suo percorso, ricorderà le famiglie, i bambini a cui ha rivolto la sua azione educativa e ricorderà i volti di ciascuno.

Così il medico che avrà curato e salvato tante persone e tutti gli altri professionisti che ricorderanno se non tutte, ma la maggior parte delle persone che sono state aiutate.

Tutti noi avremo insegnato qualcosa, al di là degli obiettivi di lavoro legati a ciascuna professione, avremo insegnato che con il tempo, la dedizione, l’impegno ed i contenuti che abbiamo donato, abbiamo regalato qualcosa di più importante a ciascuna persona che si è rivolta a noi: la speranza che esiste ancora l’amore per gli altri.

 Selene Grimaudo

Buona Pasqua

A chi ci segue con le news, a chi legge il blog, ai nostri corsisti, ai collaboratori online ed in presenza, ai counselors, ai redattori e ai grafici del giornale, a tutti coloro che a vario titolo ci danno una mano e sostengono le nostre iniziative… che la Pasqua di Resurrezione possa portare la rinascita dell’amore e della pace nei cuori.

A tutti voi Grazie e AUGURI per una Serena Pasqua dal nostro staff

La Pagina Maieutica di Marzo

Ci siamo… il nuovo numero del giornale online è pronto.

Ringraziamo i nostri redattori, tutti coloro che hanno collaborato, Elena Magri che ha impaginato il giornale e la nostra grafica Anna Moruzzi.

E’ inserito nel sito http://www.selenegrimaudo.com 

http://www.selenegrimaudo.com/1/nuovo_numero_del_giornale_online_1212624.html

da dove si potrà scaricare gratuitamente.

Se volete collaborare con noi alla realizzazione del prossimo numero inviateci i vostri articoli.

Grazie

La segreteria  Anna e Rita

il bravo insegnante

L’importanza di aver avuto dei buoni maestri è fondamentale ed è riconosciuta a gran voce.

E’ necessario essere seguiti, accompagnati, incentivati lungo un percorso educativo e didattico stabilito, ma programmato in modo individualizzato secondo le risorse ed i limiti di ciascuno, è basilare avere qualcuno che possa dare degli input per sviluppare la propria personalità tramite un processo di costruzione del sé armonioso, completo e strutturato sulla capacità di critica costruttiva.

Questo dovrebbero fare i buoni maestri, ma non è semplice, né scontato, è una capacità che esiste spontaneamente o che si sviluppa solo se anche i maestri vengono “sognati”.

Ed ecco perché l’istruzione dovrebbe avere una grande rilevanza, perché è una risorsa fondante e necessaria per la crescita e lo sviluppo del bambino, perché è il patrimonio dell’uomo e del cittadino di domani, irrinunciabile e permanente.

http://it.groups.yahoo.com/group/Bravoinsegnante/

SCUOLA: È ARRIVATO IL MOMENTO DI CAMBIARE

DALLA DOCUMENTAZIONE CARTACEA A QUELLA MULTIMEDIALE-GENERATIVA

Per molti versi la storia del rapporto tra scuola e documentazione potrebbe essere rappresentata come la storia di un colossale paradosso.

Da un lato, la scuola ha sempre attribuito alla documentazione una grande importanza, considerandola una pratica necessaria, non soltanto per dare visibilità alle attività portate avanti con tanto impegno e professionalità dai docenti nel corso dell’anno, ma soprattutto perché essa rappresenta lo strumento attraverso il quale riflettere sui percorsi effettuati, oltre che un modo per “oggettivare” le scelte didattiche che s’intendono intraprendere negli anni a venire.

Dall’altro lato, però, nel corso degli anni, poco si è fatto per rendere la documentazione sempre più funzionale alle esigenze emergenti, con la conclusione che, pur vivendo in una società a sviluppo tecnologico avanzato, la documentazione privilegiata dalle istituzioni scolastiche continua a essere quella cartacea.

Tra compilazione di registri e stesure di relazioni, progettazioni e redazione di verbali, non esiste un singolo aspetto della vita scolastica che non sia opportunamente “registrato” e “archiviato”, ma ci si ritrova alla fine con una documentazione “morta”, costituita da una serie di “carte” che poco rispecchiano la reale vita culturale della scuola.

Per far sì che la documentazione riacquisti il suo originario significato di “risorsa”, e non rimanga una pratica svolta solamente per assolvere un compito burocratico, è necessario un cambiamento.

A venirci in aiuto sono le nuove tecnologie e i linguaggi che la Rete mette a disposizione.

A differenza del documento presentato in forma testuale, che nella maggior parte dei casi appiattisce l’esperienza didattica, rendendola monotona e “bidimensionale”, il documento realizzato con le risorse dell’ICT, è più ricco d’informazioni e la comunicazione è immediata, diretta, chiara e semplice perché fonde in modo avvincente diversi media: video, suoni, musiche, parole, immagini, colore, movimenti.  Raccontare un’esperienza attraverso la multimedialità consente di realizzare la cosiddetta “generatività”, ossia una documentazione viva, che produce degli effetti concreti ai fini di una maggiore efficienza operativa ed efficacia decisionale.

Il documento multimediale è più facilmente consultabile e fruibile rispetto a quello cartaceo e ciò offre dei vantaggi in termini di diffusione e “trasferibilità” di un’esperienza didattica, anche da una scuola all’altra.

La documentazione diventa così uno strumento attraverso cui realizzare un confronto: favorire l’interscambio, la condivisione di esperienze tra le diverse comunità scolastiche aiuta a  superare l’autoreferenzialità tipica di ogni istituzione, per lo sviluppo di modalità cooperative e di metodologie di lavoro comuni, finalizzate a una vera e produttiva crescita della Scuola.

In questa fase di cambiamento assolutamente necessaria la scuola non è lasciata da sola, ma può fare affidamento a GOLD: una banca dati delle esperienze più innovative e interessanti delle scuole italiane, gestita da INDIRE e dagli Istituti Regionali di Ricerca Educativa (IRRE).

Oltre a diffondere a beneficio di tutti il patrimonio di “conoscenza didattica” prodotto dalle scuole, GOLD mette a disposizione degli insegnanti materiali e strumenti per diffondere la pratica della documentazione.

GOLD diventa così per la scuola un ambiente nel quale ricercare e utilizzare le conoscenze disponibili, oltre che un sistema a cui fare riferimento per organizzare l’informazione che essa stessa produce.

Adesso la parola passa a noi docenti. A noi spetta il compito di sostenere il cambiamento e di ridare valore a una pratica, quella della documentazione, ampiamente utilizzata nell’ambiente scolastico, trasformandola da semplice operazione per registrare e conservare, a risorsa reale in grado di alimentare l’innovazione.

Loredana Lupo

BUONI LETTORI SI NASCE O SI DIVENTA?

BUONI LETTORI SI NASCE O SI DIVENTA?

L’importanza di un precoce incontro con il libro 

Nell’ambito dell’indagine I cittadini e il tempo libero (svolta dall’Istat nel maggio 2006) emerge che più del 12% delle famiglie non possiede neppure un libro in casa.

Questo dato è alquanto preoccupante, anche perché, nello stesso documento, si legge che “un altro elemento che può influenzare le abitudini di lettura dei ragazzi […] è il numero di libri presenti in casa (in altri termini il crescere in mezzo ai libri)”.

Numerose ricerche hanno dimostrato che una scarsa motivazione alla lettura in età adulta trova origine in un approccio in età scolare che non sia stato né sistematico né stimolante, ma la scuola tuttora privilegia, spesso, una lettura di tipo strumentale, concentrandosi sulla trasmissione di abilità tecniche e proponendo la narrativa principalmente come lavoro didattico e non come piacere fine a se stesso.

Va tenuto presente, però, che i libri per i bambini continuano a rappresentare una palestra di vita e per gli adulti non è poi molto diverso, perché leggere concede a tutti la possibilità di conoscere indirettamente il mondo che ci circonda e approfondire la consapevolezza di noi stessi.

Recenti ricerche scientifiche, inoltre, evidenziano che leggere ad alta voce libri ai bambini fin dalla primissima infanzia contribuisce ad ampliarne l’intelligenza, sotto il profilo cognitivo e anche emozionale ed affettivo, oltre a consolidare nel bambino l’abitudine a leggere.

Nonostante tutto, però, un libro non fa abitualmente parte del “corredino” dei neonati e questo perché sono ancora in pochi a comprendere quanto sia importante la precocità dell’incontro tra il bambino e il libro.

Imprescindibile compito dei genitori dovrebbe essere educare i figli all’abitudine della lettura, sin dall’età prescolare, dando loro per primi l’esempio.

Infatti, come afferma Rita Valentino Merletti, “fino ai quattro – cinque anni i bambini si trovano nella fase imitativa più forte e ciò che maggiormente suscita desiderio di imitazione è l’allegria, la vitalità, l’entusiasmo […] Se è la lettura ad operare questa magia, piuttosto che l’ultima puntata di una telenovela o la terza replica televisiva di una partita di calcio, i bambini non vedranno l’ora di procurasi essi stessi il medesimo piacere e, nell’attesa, saranno tutt’orecchi per quanto gli viene letto”.

Riproponendo la domanda iniziale, un’adeguata risposta sembra essere l’affermazione di Gianni Rodari: “Non si nasce con l’istinto della lettura, come si nasce con quello di mangiare e di bere. Si tratta di un bisogno culturale che può essere solo innestato nella personalità infantile”.

Riguardo ai primi approcci dei bambini nei confronti dei libri, esistono numerose teorie, ma anche pregiudizi e miti da sfatare.

C’è chi crede che imparando a leggere troppo precocemente, i bambini avranno poi difficoltà di apprendimento o non faranno esperienza fonetica e c’è chi è convinto che quest’esperienza possa rubar loro qualcosa dell’infanzia e del loro essere bambini, poiché rappresenta un’eccessiva pressione.

Qual è, dunque, l’età giusta in cui un bambino deve e può imparare a leggere?

Alcuni esperti sottolineano l’importanza di incominciare a leggere ad alta voce al bambino addirittura durante la gravidanza ed è stato sperimentalmente verificato che, quando una futura mamma legge ripetutamente ad alta voce un passaggio di una data storia nell’ultimo trimestre di gravidanza, il suo bambino neonato dimostrerà poi di riconoscere il suono di questo specifico passaggio per trentatré ore dopo la nascita, questo perché lo sviluppo del cervello comincia ben prima di nascere.

Certo è che, già a partire dai primi giorni di vita, il bambino può partecipare alla lettura, anche se solo mordicchiando gli angoli delle pagine.

Da qui l’importanza dei primi libri (cosiddetti libri – gioco), veri e propri giocattoli, ma con una finalità precisa: avvicinare il bambino all’oggetto – libro, rispondendo alla sua naturale curiosità e attraverso la stimolazione della sua primaria fonte di conoscenza: i sensi, permettendo l’apprendimento della lettura attraverso il gioco e le immagini.

Bisogna educare al piacere della lettura, perché promuovere la lettura significa dare un’opportunità, ma senza obbligare.

Il libro di plastica che galleggia nella vasca durante il bagnetto è un esempio di incontro naturale e ludico tra il bambino e il libro.

Glenn Doman ha dimostrato che i bambini piccoli desiderano imparare a leggere, possono farlo e, in realtà, lo fanno a nostra insaputa, essendo potenzialmente capaci di leggere singole parole ad un anno, frasi a due anni e addirittura libri interi a tre.

Infatti, egli afferma che “il bambino piccino ha dentro di sé, bruciante un desiderio di imparare senza limiti, ma è possibile diminuire in un bambino il desiderio di apprendere limitando le esperienze a cui viene esposto; e noi, purtroppo, abbiamo fatto proprio questo […] perché abbiamo sottovalutato seriamente la capacità di apprendere”.

E’ necessario, in conclusione, che si rafforzi – e in alcuni casi si crei – una forte collaborazione tra famiglie, scuole, ludoteche, biblioteche pubbliche e scolastiche e istituzioni competenti volta a stimolare e incrementare il piacere della lettura, educando alla lettura extrascolastica e comprendendo l’importanza dell’animazione del libro, come attività di gioco da affiancare alle attività didattiche, anche in linea con la Circolare Ministeriale del 1995 n. 105 (relativa alla promozione della lettura nelle scuole), che già sottolineava l’importanza di favorire “il passaggio da una concezione della lettura come dovere scolastico ad una lettura come attività libera e capace di porre il soggetto in relazione con se stesso e con gli altri”.

Mariapaola Ramaglia

pubblicato “La pagina Maieutica” il libro

Abbiamo pubblicato “La pagina Maieutica” il libro

visitate la pagina:

http://ilmiolibro.kataweb.it/community.asp?id=33396

Raccolta del Giornale online Luglio 2008 – Settembre 2009
“La Pagina Maieutica” desidera realizzare l’esigenza di un’informazione socio-psico-pedagogica a carattere giornalistico.

Prende spunto dal parallelismo socratico con “l’arte della levatrice”. Così come la levatrice trae fuori, allo stesso modo tramite queste pagine d’informazione vogliamo tirare fuori dal lettore idee, pensieri e spunti di riflessione utili ad una educazione permanente e ad un aggiornamento costante.

Nasce per dare spazio alla ricerca in questi settori, per informare, formare e approfondire tematiche a carattere socio-psico-pedagogico, non solo a chi opera sul campo, ma anche a chi desidera avvicinarsi agli argomenti da noi proposti per scoprire o approfondire nuovi aspetti.

SCUOLA: PER COMINCIARE BENE C’È LA REGOLEA DELLE TRE A

Manca pochissimo all’inizio dell’anno scolastico, presto i nostri alunni torneranno a ridare vita alle strutture scolastiche rimaste per lo più vuote e silenziose per tutto il periodo estivo.

Se è certo che i nostri ragazzi si stanno preparando al rientro con l’acquisto di zainetti nuovi, diario, colori e tutto l’occorrente necessario  e se c’è sicuramente tra loro chi, in uno slancio di buona volontà, ha ripreso libri e quaderni per ripassare gli argomenti passati e iniziare nel migliore dei modi, c’è da chiedersi se noi insegnanti siamo pronti a ripartire.

Avere qualche piccolo timore nel cominciare un anno pieno di novità è naturale, ma per assicurarsi un inizio d’anno sereno e costruire nella propria classe le basi per un lavoro che possa proseguire in maniera ottimale fino a giugno sarà sufficiente ricordare la regola delle tre A (Accoglienza – Ascolto – Alleanza).

A di Accoglienza – L’arrivo a scuola è senza dubbio un evento vissuto dal bambino con una forte carica emotiva: esso comporta il distacco da un ambiente familiare rassicurante e protettivo e l’incontro con un ambiente talvolta sconosciuto.

Per tale motivo, è fondamentale riuscire a creare nell’ambito scolastico un clima accogliente. Per riuscire nell’intento non saranno sufficienti le scritte di benvenuto o i cartelloni collocati in posizioni strategiche per aiutare l’orientamento in un nuovo spazio. Al di là di come viene adornato l’edificio scolastico, infatti, ciò che conta sarà la nostra disponibilità di insegnanti ad accogliere il bambino così com’è.

A di Ascolto – Per accogliere l’altro sarà necessario saper ascoltare l’altro. Pratica certamente complessa in una società come la nostra in cui “ci si parla addosso”, ma assolutamente necessaria per prendere consapevolezza delle esigenze degli studenti e predisporre delle esperienze concrete adatte a loro.

L’ascolto, tuttavia per essere “attivo” non dovrà essere solamente rivolto all’altro, ma anche a se stessi: occorre saper ascoltare le proprie reazioni, essere consapevoli dei limiti del proprio punto di vista, saper accettare le difficoltà di non capire.

A di Alleanza – Esiste una stretta correlazione tra grado di apprendimento degli studenti e clima di classe positivo.

Compito precipuo dell’insegnante riuscire a crearlo, istaurando con gli studenti un rapporto d’“alleanza”: attraverso la realizzazione di positive relazioni con l’altro si consente a ciascuno di migliorare l’immagine che ha di sé, per avviarlo verso un sano processo di crescita; l’interazione con gli altri, inoltre, favorisce il confronto, lo scambio e di conseguenza l’acquisizione di apprendimenti significativi.

La regola delle tre A è davvero semplice da mettere in pratica e garantisce dei risultati più che positivi.

Per completare il tutto si dovrà aggiungere un’ultima A, la più importante, la A di Amore che si deve provare verso una delle professioni più belle al mondo.

Buon inizio d’anno scolastico a tutti.

 

Loredana Lupo